Inaugurata e visitabile fino all'8 marzo 2026, in città, la nuova mostra della Fondazione THE BANK ETS


Alla Fondazione THE BANK ETS di Bassano è stata inaugurata sabato 15 novembre una nuova mostra, visitabile fino all’8 marzo 2026, che mette in scena una sorta di autoritratto della Fondazione attraverso le sue più recenti acquisizioni.
Una sessantina le opere scelte, che intendono raccontare come la pittura, pur dichiarata ciclicamente superata, continui a essere una delle forme più duttili e ricche di segni fertili atti a leggere il presente.
Non una rassegna tematica, quella di Da Gonzalo Borondo a He Wei, ma come dice la titolazione completa un affondo che segue una linea di gusto ben precisa e che è dichiarativo di come gli artisti oggi affrontino il quadro, il gesto, l’immagine e le tematiche del loro tempo.

L’idea portante rispetto a questa e altre iniziative attuate in Italia e a livello internazionale nei primi anni di attività della Fondazione è chiara già dalle parole del Presidente, Antonio Menon, che rivendica il valore del dialogo con gli artisti come gesto politico prima ancora che culturale: l’obiettivo è quello di sostenere nel tempo e nella loro evoluzione gli artisti giovani e quelli la cui traiettoria si è interrotta dopo un inizio promettente; di scommettere su identità non canoniche; di mescolare i nomi già affermati agli outsider.
È questa la trama invisibile che tiene insieme opere, provenienze e generazioni diverse, compresi i cosiddetti nativi digitali, che entrano a far parte del patrimonio della collezione, un'ottica che ne fa un organismo vivo, in crescita, piuttosto che un archivio da contemplare.

La selezione curata da Cesare Biasini Selvaggi si muove lungo questo crinale mutevole, mettendo a confronto linguaggi figurativi che non si limitano a rappresentare il reale, ma lo riscrivono: immagini che oscillano tra fiabesco, cinema, fumetto e distorsione; presenze in stallo tra ironia e crudezza; viaggi da fermi che si snodano fra illusioni di quieti apparenti – ma lacustri o palustri – e inquietudini manifeste fermate su tela. La pittura intesa dunque come campo aperto, dove la coesistenza di stili, tecniche e stratificazioni crea un paesaggio frammentato, ma in sottotraccia coerente: sul fondo, ovunque, i segni impressi da un dolore esistenziale del tutto umano.
Nelle sale si possono ammirare i lavori di una cinquantina di artisti, da Gonzalo Borondo a He Wei, appunto, ciascuno dei quali aggiunge un tassello alla riflessione su che cosa significhi oggi dipingere: alcuni hanno scelto la via della narrazione simbolica, altri hanno lavorato sulla deformazione del corpo o su atmosfere che si presentano sospese come interrogativi; qualcuno risponde alla tradizione inglobandola con originalità, altri la attraversano per sottrazione.

A titolo solo esemplificativo, perché ciascuna opera presente merita una sosta contemplativa e una narrazione: ad accogliere è il dipinto scelto per il manifesto divulgativo della mostra, ovvero lo straniante non ritratto Night Melancholy, olio del pittore e scultore di origine cinese He Wei; richiami all’Oriente anche più avanti, in un trittico figurativo con protagonista una pensosa figura femminile presentata da Liu Xuanzhu.
A colpire subito di fronte all’ingresso, anche per le proporzioni, l’occhio e il palco di un cervo accovacciato in un bosco onirico, abitato da piccoli mondi sospesi in bolle di sapone, tela del milanese Federico Guida evocante atmosfere da Twin Peaks. Altri boschi lisergici accoglieranno in seguito, quelli dai toni verdi e viola creati da Rachele Frison, popolati da figure femminili fantastiche.
Tornando alla zona dell’ingresso, si trova rappresentato Gonzalo Borondo con Encuentro I, opera realizzata con un gioco di reti parlante il linguaggio della metapittura ed esponente il mondo da cui l’artista spagnolo proviene — il suo fu un esordio come muralista, i primi gesti artistici e politici compiuti anche su vetrine.
A specchio, un’altra opera in bianco e nero che porta la sua firma, con rappresentata una piramide di teste-busti dalla parvenza insieme estranea e pietosa, assemblata in Clessidra. Dal grande al piccolo, attraggono due figure-ectoplasma dipinte da Sergio Padovani in Substine/Abstine, l’artista modenese è stato protagonista l’anno scorso di una notevole personale alla Fondazione. Vicine, tre minuscole opere su legno di Grazia Cucco, dove a frinire sono insetti che popolano ambienti ecclesiastici permeati da note di erotismo, e poi White Sheet and Chair, di Emanuele Giuffrida, palermitano, dove da un drappo insanguinato affiorano ricordi legati alla Sicilia martoriata dalla mafia.
Un altro giovanissimo siciliano è Giovanni Bongiovanni, e anche qui un messaggio politico, col suo senzacasa di Ancora possiamo abitare le grotte. Sempre palermitani, si incontrano inoltre Alessandro Bazan, presente con una tela dove i colori di Bagheria si mescolano a visioni da fumetto e arie da cinema targato USA, e Giuseppe Vassallo, con un olio popolato di ragazzi nudi al fiume dal retaggio pasolinano.

Altri intrecci di epoche e stili: una sorta di paesaggio fiammingo contemporaneo contaminato da pale eoliche nel dipinto di Paul Rog, artista nato in Russia; un bimbo-putto modernissimo immerso in uno sfondo verde liquido ma anche acido che gioca (o strangola) un’oca, realizzato da Cristiano Tassinari; le due figure sospese solo apparentemente immerse in un’aria romantica dell’albanese Iva Lulashi. In dialogo, un senzacasa è anche l’uomo “senza qualità” ritratto da Michele Moro in Injured Artist, e si troverà un simbolo della disfatta dell’eroe americano nell’acrilico di Laika, una street artist romana che mantiene il suo anonimato, raffigurante una sorta di Capitan America arreso.
Scene narrative come fermo immagine di vicinanze-estraneità nei pic-nic davanti al falò o meno firmati degli artisti locali (per nascita o acquisizione): Manuel Pablo Pace, presenza costante alla Fondazione, e Luca Andreatta, quest’ultimo ex carabiniere. Un enorme volto di ragazza che sembra avere una storia con ombre da raccontare, realizzato dal trentino Andrea Fontanari, artista selezionato tra i nove incaricati di realizzare uno dei manifesti ufficiali per le Olimpiadi Invernali Milano–Cortina 2026, cattura lo sguardo in Empty-handed portait.
Emblematico, poco lontano, il nudo di una donna bellissima e insieme morente, un’Ofelia, di Respiro zero, opera di Alberto Castelli. Del tutto drammaturgici anche volti e figure rappresentati nei quadri raccolti nella quadreria e dintorni, poi lo scontro con un ipervolto privo di idealizzazioni, quello raffigurato da Alessandro Bellucco.
In questa coralità disomogenea, votata all’originalità, si intravvede una sorta di armonia, l’idea di un tessuto sotteso che intreccia dolore e meraviglia, una vibrazione che restituisce un’immagine credibile – molto inquieta, spesso sorprendente – dell’attuale scena pittorica, non solo italiana.


www.bassanonet.it/cultura/33102-_em_da_gonzalo_borondo_a_he_wei_em_un_viaggio_d_autore_nell_arte_pittorica_contemporanea.html

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Tratto da Bassano.net - Laura Vicenzi
11 ottobre 2025

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