Civitanova , Italia 1970
Nasce il 24/11/1970 a Civitanova Marche. Si diploma al Liceo Artistico Statale di Porto San Giorgio. Vive e lavora a Roma e Civitanova Marche.
Un punto in equilibrio sul precipizio orrido della vita; un punto, un minuscolo insidioso punto su cui Marco Luzi contrappesa le proprie ossessioni alla sanità mentale, e se non bastasse, il difficile destino di pellegrino senza meta, laico inusitato aspirante alla normalità. Al di fuori di quel punto, del perno flebile che ha costruito per reggersi in uno stallo di artificiosa sicurezza, o salvezza, Luzi non riesce a muovere più di un passo, si sposta come una macchia di olio sulla superficie liscia, si disperde, poi si raggruma e contorce, quasi esplodesse e implodesse innumerevoli volte, e innumerevoli nascesse o morisse da capo. Il suo universo ruota circolarmente intorno alla presunta aspirata necessità di liberarsi: liberarsi da cosa se non se stesso? Perciò egli comincia il proprio pellegrinaggio alle fonti ignote del riscatto personale, che diventa però un cammino intimo e non esteriore, estetico nel senso di esternato, tuttavia nel limite del silenzio immaginifico. Dove potrebbe esigere di procedere, così costretto nella sua zolla mentale, nell’antro minuzioso misurato nei termini di una tela, e non più oltre, perché già "nell’oltre” principia il mondo? Mondo!
Qui ogni uomo vive come una vacca da pascolo nel suo bel metro cubo di tristezze quotidiane, o chiamiamole abitudini, per non ferire chi ancora crede nella pace in terris. Un potente, ipnotico, consolatorio metro cubo da recintare con siepi e steccati, non per difesa (non solo), ma isolamento. Qui pascolare, inghiottire l’esistenza nel freddo singulto dell’attesa, che significa aspettare la maggior età, poi la laurea, poi il primo impiego, la pensione e finalmente spegnersi, col terrore stampato nell’orbita oculare, sull’iride che adagio si raffredda, e crepa. Qui stiamo, e ci sta – volente o nolente – anche Luzi, che cerca però di dare una forma al metro cubo umano, spera ancora qualcuno si parli - monadi dalle finestre comunicanti - metro cubo dopo metro cubo, in lunga fila indiana, come bonzi assorti nella nebbia dell’altopiano. Lasciamo stare. E giunge la sua, la mia, la nostra indolenza a chiudere ogni discorso.
Viaggia, Luzi, senza mai viaggiare, come il medium fra gli spiriti e corti galattiche, ossia il poeta che tuttora immagina, immagina davvero, e si fida delle sue fantasie, dei sogni. In fondo anch’egli cerca una speranza, o vorrebbe qualcuno l’afferrasse per lui e la porgesse senza indugio; forse la rifiuterebbe; più per angoscia che carattere. Indaga negli incubi che, di notte, svegliano a metà del sonno lasciando una traccia di sudore appiccicaticcio scaturito dalle paure e delle ansie; in pittura, essi traducono nei grandi corpi rosastri, autereferenziali, autoritratti. Gli scorci si raccolgono, si radunano le fratte, si cerca di ricostruire il microcosmo umano. Nondimeno, ogni personaggio, squartato e riattato come una bestia da macello, oppure divaricato e sformato, resta pur sempre nel suo minuto spazio, riempito o meno di oggetti estremi. Il recinto della sopravvivenza, la gabbia di crescita in cui Luzi allestisce il mattatoio ideale dei suoi delitti imperfetti, si stringe attorno al soggetto come il cappio al collo dell’impiccato, e tira e pesa, e allunga. I primi corpi, quelli ancora ingabbiati nella tuta da lavoro (Autoreferenziale, Offesa difesa), penzolano già morti, ritti e impalati per non perdere la misura delle cose, anzi per lasciare libero il posto ad altri. I nudi (Polaroid, Potere frustrato), invece, dondolano precari, sbilanciati come tartarughe capovolte, sostenute da un’energia che regge il suo universo in caduta (Tedio). Gli ultimi lavori (Vado là) delineano il debutto di uno moto volontario, il primo movimento, il progetto ideale e quasi fisico di una rotta da aprire. Lo spazio, tuttavia, resta quello, non si dilata, non si aggiunge al minimale interstizio in cui Luzi ficca i suoi polli d’allevamento. La sua catena di montaggio prevede una linea continua, circolare, ripetuta all’infinito, affinché l’attimo della decisione, la scelta epocale e rivoluzionaria che potrebbe cambiare la vita, mai avvenga. Tutto ricominci.
Succede però di pensare, guardando i lavori recenti che - prima o poi non ci sarà più inizio, in qualche istante lontano Luzi offrirà una fine, una sconfitta o la vittoria ai suoi martiri di pittura. Li lascerà sloggiare vivi o morti da quel cantuccio ristretto, dalla galera del metro cubo, dall’insidioso cella dell’apatia. Qui, in questi quadri saluta una concezione o una parte di sé quasi estinta: giunto al confine di una diversa impresa, scorge un altro impero mentale, ne stabilisce i prodromi e le frontiere.
Sopravvive, al fianco della nera folgore. La subisce, o sostiene, come malattia mortale conficcata nelle ossa. La percepisce lancinante nei momenti d’irreparabile noia, quando neppure dipingere serve a perdonarsi, a obliare il ricordo. In tali casi Luzi affronta la realtà con lo sbadiglio doloroso della rinuncia, poi inesorabile si sveglia, fermandosi. La pittura accade in questa sosta, stabilisce il dimenticatoio in cui riporre i dolori, in cui alienare la nera folgore, che è la follia del pellegrino, di colui che parte per un luogo abbandonato al mistero, vivo negli aneddoti anziché nel quotidiano. Se esiste la leggenda è perché gli eroi appaiano meno lontani; così egli semina una bava di precaria veridicità al suo realismo, senza troppo entusiasmo, ma col fare epico del racconto. Certi quadri sono raccolte di spezzoni astratti, provini informali, chiamati alla grande disputa della figurazione. Ciò serve a destabilizzare i teoremi e gli intellettualismi critici; laddove con amarezza apicale smette il falso pudore che tutti protegge, si denuda, svuotato dell’identità che supera il fatto espressivo, e diviene denuncia, denuncia di uno stato psicologico opprimente, claustrofobico. Si percepisce comunque la speranza latente dei folli, di coloro che con pervicacia perseguono la fiducia nella felicità, anziché la felicità stessa. D’altronde, importante risulta sperare, come il Faust di Goethe, che mai di-spera, e dunque sublima la sua umanità in affido a Dio. Si dona, Faust, alla speranza, come Luzi all’opera d’arte, perché funga da riscatto, e se tanto non osa ottenere, almeno sussista la possibilità di una seconda chance, che sia la volta definitiva.
A siffatta inedita meta arriva col pensiero, collo sforzo di un cervello diverso dal precedente, di nuovi sensi che stimano nuove sensazioni. Poiché per viaggiare non servono piedi robusti ma occhi capaci di apprendere, Luzi s’attrezza con solerte caparbietà, e dipinge, dipinge, spendendo l’intero patrimonio di minuti e secondi che il Padreterno concede. Dunque descrive i suoi drammi, che sono la verità. Verità soltanto sua, siccome per noi è forse cronaca, magari un domani storia o mitologia. D’altra parte si è soli a condurre la battaglia della sopravvivenza, ancorché talora qualcuno possa aiutarci, sostiamo sul nostro singolo punto nell’Universo, nel nostro minuscolo metro cubo e da qui non vediamo orizzonti diversi da quelli destinatici in sorte. Perché uscirne? Perché sbilanciarci nell’avventura insidiosa che porta alla liberazione? Domande inutili, almeno per chi come Luzi inizia a detestare gli steccati costruiti dalla sua stessa pretesa autarchica. Allora esce, attraverso la pittura, e tenta l’approdo a un nuovo mondo, uno spazio nel quale muoversi, prendere coscienza del proprio essere, accorgersi finalmente di possedere un’anima. Da qui partire. Voltarsi non serve, se non per rimpiangere gli addii. Finalmente guarda avanti, Luzi, nella pretesa – un giorno – di salvarsi, e così forse offrire uno spiraglio di salvezza anche a noi destinati al macello.