Artisti

Danilo Buccella

Danilo Buccella

Liestal, Svizzera 1974

Danilo Buccella nasce a Liestal in Svizzera nel 1974. Vive e lavora tra Milano e New York.

I quadri di Danilo Buccella sono fatti di pochissimi e scarni elementi: una ragazza-bambina con aria da suicidio preadolescenziale, una stanza chiusa, claustrofobica, a volte interi scaffali di libri alle pareti, un divano, qualche mobile un tempo sontuoso dall'aria ormai fatalmente dèlabrè. A volte, la bambina indossa una mascherina, come in un grottesco e minaccioso carnevale. Altre volte, la donna-bambina è invece immersa nel buio, ha un'enorme pancia (è incinta), è seduta sul pavimento come un sacco abbandonato e guarda fissa lo spettatore con aria sconsolata e crudele, di chi non ha ormai più nulla da perdere. Quelli di Buccella sono fantasmi contemporanei, che ci parlano delle ossessioni di oggi e di ieri, di seduzione involontaria e di morte, di senso di colpa e di memorie da infanzie rimosse, di desideri e di paura del peccato. Nei lavori di Buccella questo destino di maledizione e perversione forse non è già segnato, magari qualche particolare (la neve bianca e candida, il calore di una casa, una pelle diafana e pulita, un gioco infantile e innocente come la palla) può indurre a sperare in una storia diversa, in un futuro di riscatto e successo ma - se si guarda con attenzione ogni lavoro - appare chiaro che il punto focale delle composizioni, nessuna esclusa, è sempre uno sguardo allucinato e spaventato, folle e terrorizzato, cattivo e puro, inquieto e inquietante. Uno sguardo gotico, da cattedrale del terrore, da gargoyle. Minaccia o chiede aiuto? Difficile dirlo. Tutto il lavoro ruota attorno ai punti di accessi degli occhi, a quei due fari che, senza ritegno, chiedono la complicità dello spettatore. E' negli occhi che si trova la profondità del quadro, che si può individuare la fuga prospettica della composizione, è dagli occhi che parte ogni direttrice dell'opera. Il senso e la trama del pezzo restano sospesi, come in ogni buon gotico che si rispetti, in attesa del colpo di scena finale ancora ben lungi dal venire nella situazione inquadrata (e che ovviamente mai verrà, non dovendo un quadro mirare obbligatoriamente verso alcuna conclusione), ma l'atmosfera cupa ed elettrica, una tensione magmatica e invadente, l'incertezza assoluta tra Male e Bene sono elevate a potenza da quegli occhi fissi, imploranti, ringhiosi.

Il mio tarlo

Olio su tela

  • 120
  • 80 cm


2009





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