Schio, Italia 1929
Giorgio Scalco nasce a Schio (VI), nel 1929 e fin da bambino studia privatamente disegno e poi pittura.
Dopo la maturità classica si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università Cattolica di Milano. Nel 1952 si trasferisce a Roma, dove lavora come grafico e illustratore. Nel 1954 vince il concorso per l’ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia, dove gli viene elargita una borsa di studio.Nel 1956 si diploma in architettura scenica ed ottiene il Ciak d’Oro dalla Presidenza del Consiglio. Fino al 1960 lavora come architetto-scenografo a Cinecittà. Nel 1958 riprende la mai trascurata attività di pittore, iniziando una regolare attività espositiva. Fino agli anni ’70 si dedica anche al mosaico, all’affresco e alla vetrata istoriata, in Italia e all’estero, in edifici pubblici e privati, collaborando con importanti architetti romani. Nel 1960 inizia la collaborazione con Sam Swartz della Guldhall Gallery di Chicago. L’anno successivo si reca per qualche tempo negli Stati Uniti, dove studia la pittura del Realismo Americano. Influenti si rivelano i viaggi che effettua in Russia: a Mosca, dove opera nell’edificio dell’Istituto per il Commercio, e Susdal, nei monasteri copti dove si restaurano le antiche icone. Nel 1981 inizia una lunga collaborazione con la Galleria Forni di Bologna con la quale espone in Italia e all’estero.
Nelle opere di Scalco, i soggetti hanno complessivamente subito poche modifiche: paesaggi, nature morte e figure nello spazio. A mutare sono stati però la forma espressiva e il tipo d'interpretazione. Questo cambiamento si rivela più chiaramente nei quadri dei tardi anni '60 e dei primi anni '70. In quel periodo, infatti, egli si rivolgeva principalmente all'interno con figure o oggetti, un interesse, oltre al paesaggio, che lo accompagnerà fino ai giorni nostri. Rispetto ai primi quadri, tuttavia, emergono soprattutto i cambiamenti che riguardano la varietà dei colori, l'uso della luce e il movimento. Alla cupa monocromia si sostituiscono il colore giallo, blu, rosso, viola e verde oliva; la pastosa impenetrabilità cede il posto alla trasparenza tipica dell'acuerello, alla composizione compatta subentra una struttura inquieta e differenziata. Ma soprattutto qui non esiste uno spazio figurativo unitario. Sembra piuttosto che più prospettive si compenetrino; come in un gioco con l'obiettivo di una macchina fotografica, si accompagnano primi piani e panorami, contorni ben definiti e indeterminati. Il reale si trasforma in raffigurazioni astratte; gli elementi figurativi piani nati dal valore intrinseco delle forme si accompagnano sorprendentemente a elementi plastici, tratteggiati fin nei minimi dettagli. A caratterizzare la scena, nella quale l'osservatore cerca di orientarsi insicuro, sono i contrasti tra lo stile pittorico spontaneo-gestuale e la raffigurazione tipica dei grandi maestri, tra le figure chaire e lo spazio immaginario con le diverse prospettive.