Wichita, USA 1972
Zanghi Marc William nasce negli Stati Uniti nel 1972.
Rinunciando alla pittura a olio e a quella ad acrilico, l’artista adopera unicamente vernici che conferiscono alle opere quella caratteristica patina lucente di cui si avvantaggia anche la figurazione, resa decisamente adamantina: pura, dura, splendente, incorruttibile. Niente sembrerebbe riuscire a intaccare queste superfici, destinate a mantenersi brillanti nel corso del tempo. Figure sdutte e dinoccolate popolano questi paesaggi che hanno connotazioni reali, “plausibili” direbbe l’artista, se non fossero stravolti da quel colore eversivo, che rende tutto così artificioso: chimico e chimerico. Ogni tela sembra “trasudare” una pittura ancora fresca, liquida, vischiosa, capace di agglutinare gli elementi figurativi. I tanti fiumi, paludi, acquitrini che costellano le opere si originano dalle stesse colature dei colori, il supporto diventa allora un impluvio che raccoglie i ristagni gastrici generati dallo squilibrio endocrino dell’artista. Si vedano in questo senso anche le sgocciolature che diventano volti raccapriccianti, digrignanti, con gli occhi fuori dalle orbite, e che nelle loro identità proteiforme simulano i frutti che penzolano dagli alberi scheletrici. La gamma isterica e galvanica finisce così per creare delle “sedimentazioni” (la definizione è dello stesso Zanghi) che confliggono con la gestualità neoespressionista e iconica dell’artista. Alla resa dei conti non sono i soggetti a generare la pittura, perché è la pittura a essere soggetto di se stessa. Dunque: pittura come idea e come idioma. I veri protagonisti di queste sue opere non sono le figure emaciate, né le scimmie albine o gli orsi polari, ma sono proprio le sedimentazioni – sottoforma di campiture, macchie, linee e punti – di cui i quadri sono istoriati, “im-perfezioni” che ne rilevano la grande duttilità tecnica. L’atteggiamento caleidoscopico/metabolico di Zanghi porge il fianco a una costante reinvenzione; mentre dipinge, l’artista non si limita a documentare ciò che il suo occhio vede, tende semmai a interpretare, recuperando tatto e contatto con le qualità della pittura. Alla fase di ri-cerca (dei luoghi) l’artista fa seguire una fase in cui ri-crea (le situazioni), prossimità dialettica che gli serve a sondare le possibilità morfologiche e odeoporiche del medium artistico. Nasce così un universo dominato dall’immediatezza, dalle analogie, dalle collisioni e associazioni del pensiero. Ma non è la casualità bensì la casualità il motore che genera le idee per poi divorarle, masticarle ed espellerle sulla tela.