Stoccolma, Svezia 1960
Mats Bergquist nasce a Stoccolma nel 1960.
Mats Bergquist è un artista schivo e spirituale, che gioca la sua partita a scacchi col tempo lento del compimento delle sue opere in uno studio monacale e luminoso. La metodologia antica e intensamente ascetica che i suoi lavori comportano richiama modi di paesi lontani: quelli della sua prima giovinezza trascorsa in Russia, in Polonia e in Cina, al seguito del padre diplomatico e della madre pittrice. La fascinazione per le icone e per la loro storia religiosa e politica così contrastata, una reverenza fatale per la passione che esse suscitano e gli studi di zen giapponese intrapresi con rigore e convinzione hanno portato alla creazione di una sua poetica personalissima, che pur richiamandosi all’astrattismo e al minimalismo di una certa temperie artistica del dopoguerra soprattutto nordica e americana, riflette a fondo le scelte difficili e i significati immateriali messi in atto dall’artista. Bergquist crea infatti non-immagini, icone contemporanee senza la necessità di figure, presenze che sarebbero obsolete in conseguenza di un’iconoclastia da tempo moderno che rarefà alle estreme conseguenze la rappresentazione visiva. Delle icone e della loro valenza sacra rimane il procedimento realizzativo e la traccia di una estrema dedizione amorosa, come in un antico racconto svedese che dice di Madonne dipinte talmente consumate dai baci dei fedeli al punto da scomparire, divenire superficie nera, assenza di segno e colore, tavola vibratile e valente in funzione del suo significante e non più del significato iconografico iscritto in superficie.
I lavori dell’artista sono perciò operazioni molto faticose di trattamento dei materiali che prevedono l’utilizzo rigoroso di sostanze scelte seguendo la tradizione, la stessa che si ritrova nelle ricette del Cennini e dei monaci russi: i supporti in legni pregiati come il pero o il ciliegio, fissati con incastri a coda di rondine senza l’ausilio di chiodi o collanti chimici, secondo i metodi delle tavole medievali per trattenere i movimenti del legno che, in quanto elemento vivo, muta in base all’umidità, sono poi rivestiti in tela di lino belga e impregnati di olio di lino, colla di coniglio, gesso e pigmenti. Le superfici lignee trattate a mano fino allo sforzo massimo della fatica, sottoposte a un durissimo labor limae per essere domate in forme lievemente concave o convesse, vengono ricoperte da quattordici strati di colla, gesso e formalina, fino alla creazione di una superficie bianca e opaca, a cui il pittore darà vita attraverso la laboriosa applicazione di tempera ad encausto.